Classe 1901, Maria Magdalena Dietrich in arte Marlene Dietrich nasce a Schöneberg (Germania) anche se lei stessa dichiarò più volte di essere nata nel 1904. Dal 1907 al 1919 frequentò le scuole di Berlino e di Dessau: a quattro anni iniziò a studiare il francese, l’inglese, il violino (in seguito anche con Friedrich Seitz) e il pianoforte. A causa di uno strappo ai legamenti di un dito della mano fu costretta a interrompere lo studio della musica strumentale e si diplomò come cantante all’Accademia di Berlino.
Nell’ottobre dello stesso anno firmò il contratto per interpretare il film che le diede la fama, L’angelo azzurro, con la regia di Josef von Sternberg, tratto da un romanzo di Heinrich Mann, fratello del più famoso Thomas.
In questo film, che è anche il primo film sonoro del cinema tedesco, la si vede sfoderare un tocco di perversa sensualità e interpretare la famosa canzone Lola Lola. La pellicola venne girata in versione multipla, in tedesco e in inglese. I costumi furono disegnati da lei stessa (in seguito saranno disegnati dal sarto Travis Banton). È in questo periodo che il regista Sternberg la convinse a farsi togliere quattro molari e la mise a dieta ferrea per darle un aspetto più “drammatico”.
Il giorno dopo la prima de L’angelo azzurro, la stampa berlinese la proclamò una star, capace di mettere in secondo piano anche la prova recitativa del grande attore Emil Jannings, ma l’attrice in quel momento era già sul transatlantico che la portava in America.
La gloria a Hollywood
Mentre il regista stava ancora montando la versione definitiva la Paramount, che distribuiva negli Stati Uniti L’angelo azzurro, il 29 gennaio 1930 telefonò alla nuova stella e le offrì un contratto di sei anni con uno stipendio iniziale di 500 dollari a settimana e aumenti fino a 3.500 al settimo anno. L’attrice accettò, ma riuscì ad inserire nel contratto una clausola accessoria importante, che si rivelerà onerosa per lo studio: quella di poter scegliere il regista dei suoi film, una condizione maturata per paura di perdere la collaborazione di von Sternberg.
Sul viaggio in transatlantico incontrò Travis Banton, il costumista con il quale collaborò sempre, con il quale aveva in comune l’ammirazione per Sternberg e una straordinaria resistenza fisica alla fatica. Fu in questo periodo che venne scattata la famosa foto di Marlene vestita da yachtman, scattata da Sternberg stesso, che venne diffusa dalla Paramount con la frase di lancio dell’immagine divistica di Marlene: “La donna che perfino le donne possono adorare”. Il glamour di quella immagine spazzò via tutte le remore della Paramount che invano aveva tentato di proibirle di mostrarsi in pantaloni: a quell’epoca, indossare vestiti di foggia maschile per una donna era un atto quasi sovversivo.
Marlene Dietrich arrivò così a Hollywood il 2 aprile 1930, dove si rifugeranno dopo il 1933 anche alcuni tra i migliori attori, registi e tecnici del cinema tedesco dell’epoca, in fuga dal nazismo, come Fritz Lang. La Paramount la mise in contrapposizione a Greta Garbo, la star scandinava della MGM. La diva tedesca aveva anche il dono del canto, il che le dava una carta in più nel cinema sonoro.
La Dietrich iniziò quindi a recitare in una serie di film memorabili girati dal suo regista di fiducia, Sternberg, e fotografata solo e soltanto da Rudolph Maté, che le creò quell’immagine di graffiante ma raffinata sensualità che la consegnò alla popolarità mondiale.
Il primo film americano fu Marocco, nello stesso 1930 (ottobre), nel quale cantava due canzoni e che le valse la nomination all’Oscar come migliore attrice. Marocco uscì negli Stati Uniti prima de L’angelo azzurro (dicembre 1930) e nel marzo 1931 arrivava nelle sale già Disonorata: in pochi mesi era già diventata una star cinematografica mondiale.
In Marocco restò famosa la sua performance canora vestita da uomo e il bacio con una donna del pubblico, una scena che resta una delle prime rappresentazioni di un bacio omosessuale della storia del cinema. Per Shanghai Express (1932) venne accuratamente studiato il suo look: vestiti neri che la snellissero e piume nere di gallo da combattimento. L’anno dopo Sternberg si rifiutò di dirigerla ne Il cantico dei cantici, ma le suggerì comunque di chiedere che la regia venisse affidata a Rouben Mamoulian, cosa che lei fece puntualmente in virtù della sua libertà contrattuale in merito alla scelta dei registi.
I film successivi più celebri sono tutti declinazioni su sfondo fantasiosamente esotico della sua immagine di diva, come era successo in Marocco: la Russia con L’imperatrice Caterina, la Spagna con Capriccio spagnolo (1935), che fu l’ultimo film nel quale collaborò con Sternberg. Per quest’ultimo film essa voleva dare una sfumatura mediterranea al personaggio di Conchita e cercò di scurirsi gli occhi, usando un collirio per dilatare le pupille. Non riuscendo però a muoversi sul set confessò a Sternberg la sua cattiva trovata ed egli la rassicurò: con un pezzo di carta che copriva una parte del riflettore che illuminava il suo primo piano riuscì a darle la sfumatura bruna cercata.
La professionalità e la determinazione della Dietrich sul set erano proverbiali. Con la disciplina essa pretendeva da sé stessa un’interpretazione perfetta, che andasse a coprire qualche pecca sul profilo dell’interpretazione drammatica. In Capriccio spagnolo, ad esempio, Sternberg aveva ideato la scena di presentazione di un personaggio, con il primo piano di un palloncino che scoppia e mostra il volto della diva. Le venne richiesto di restare impassibile allo scoppio del palloncino, evitando il riflesso naturale di sbattere almeno le palpebre: essa si sottopose a prove estenuanti, ma alla fine riuscì ad eseguire, come sempre, la corretta performance.
Il grande successo in USA e la cittadinanza
Nel 193 arrivò a guadagnare 350.000 dollari l’anno, una cifra astronomica che la rendeva una delle persone più ricche degli Stati Uniti. Sempre nello stesso anno fece un viaggio in Europa. I suoi familiari la seguirono poi nell’avventura americana, anche se ormai viveva separata dal suo unico marito che conviveva con una sua ex-amica; del resto erano innumerevoli le avventure che si concedeva con amanti di ambo i sessi: la sua era una vita che molti definivano scandalosa. Il rapporto con Sternberg era molto teso: entrambi si sfidavano continuamente e arrivavano ad aggredirsi verbalmente durante le riprese. La rottura definitiva avvenne nel 1935, soprattutto per volontà del regista. L’immagine della diva tedesca restò comunque ancorata a quella creata da Sternberg.
Dopo sette anni di permanenza negli USA ottenne la cittadinanza. Con gli Stati Uniti collaborò durante la seconda guerra mondiale e dal 1944 tenne spettacoli di intrattenimento per le truppe americane, portando la sua arte negli ospedali da campo in Nord Africa e in Europa; cantava con testo in inglese – e con indosso un’uniforme di sua creazione – la canzone tedesca Lili Marleen, che sarebbe poi diventata il suo inno.
Dal 1954, quando la carriera cinematografica era in declino, si esibì su consiglio del commediografo Noël Coward, che ne fu l’organizzatore, in spettacoli in cui cantava le canzoni dei suoi film e intratteneva il pubblico con monologhi estemporanei. Lo show fu portato in giro per tutto il mondo con grande successo e con lauti compensi.
Ma alla fine degli anni cinquanta la Dietrich diede ancora due grandi prove d’attrice nei classici Testimone d’accusa di Billy Wilder e L’infernale Quinlan di Orson Welles.
Il tramonto
Secondo alcune fonti l’artista complicò la propria salute per la prima volta nel 1972, durante uno spettacolo al Queen’s Theatre di Londra, cadendo dopo un’uscita di scena. Ad aggravare ancora di più la situazione si aggiunse un’ulteriore caduta, avvenuta durante un’esibizione tenutasi ad Ottawa (in Canada) e, successivamente, quella dell’ultima apparizione pubblica a Sydney (in Australia), nel 1975. L’attrice decise così di ritirarsi dalle scene.
Nel 1978, fu convinta a ritornare un’ultima volta sugli schermi interpretando la parte della baronessa nel film Gigolò, accanto a David Bowie.
Sei anni dopo, nel 1984 l’attore Maximilian Schell le dedicò un film-documentario, Marlene, che l’attrice accettò di fare solo per denaro. Non camminava già quasi più a causa di una frattura al femore, provocata da una caduta in bagno mentre era, si disse, completamente ubriaca. Per non far conoscere le sue condizioni si presentò all’intervista su una sedia a rotelle, dichiarando di essersi storta una caviglia. Inoltre pretese e ottenne dal regista di non apparire, se non in materiale di repertorio, e di far solamente udire la propria voce. Poco dopo aver collaborato a questo documentario le sue condizioni fisiche peggiorarono ulteriormente e finì per immobilizzarsi del tutto.
Marlene morì dopo circa otto anni di immobilizzazione a letto, il 6 maggio 1992. La lunga degenza era stata accompagnata da fasi depressive acute. Il decesso fu attribuito ufficialmente ad un infarto che la colpì nel sonno, ma le cause della morte sono sempre rimaste poco chiare, specialmente dopo le dichiarazioni rilasciate nel 2002 dalla sua segretaria Norma Bousquet, la quale affermò che l’attrice si era suicidata con una forte dose di sonnifero. La camera ardente fu aperta al pubblico sin dal giorno della sua morte nella Chiesa della Madeleine a Parigi e venne successivamente spostata in Germania; fu sepolta il 16 maggio nel Cimitero di Friedenau a Berlino, accanto alla madre.
