Andando a fare un giro in un terreno incolto, noteremo la
rigogliosità della natura, noteremo anche piante e alberi
morti, secchi, caduti, altri in putrefazione. Ma se andiamo a
vedere nel dettaglio cosa c’è vicino, dentro, sotto,
noteremo dell’altra vita che sta per nascere: piccole erbe,
formiche che scavano il legno, germogli, altri insetti che
freneticamente si muovono, l’aria che si muove, le piccole gocce di
rugiada…
In ogni cosa che finisce c’è l’inizio di qualcos’altro. La
morte non è in opposizione alla vita, non c’è
dualità in questo, come invece noi pensiamo. La morte
è complementare alla nascita, almeno in questo mondo. Dove
c’è la nascita c’è anche la morte, e la vita include
tutto questo. La vita in qualche modo è eterna,
perché è il ciclo della nascita e della morte, tutti
i cicli compongono ed appartengono alla vita. Come la nostra anima,
che appartiene alla vita, non solo dalla nascita e fino alla
morte.
– Mentre scrivo questa frase, il correttore del programma di
scrittura mi suggerisce di usare anziché “fino alla morte”
la frase “fino all’ultimo”: sembra che sia veramente insito nel
mondo occidentale la paura della morte, anche solo nominarla
può dare fastidio -.
Vediamo la morte come momento disperato, perché ci
identifichiamo con il corpo, con gli oggetti e gli affetti che sono
esterni a noi. Pensiamo che con la morte perdiamo tutto questo, ed
effettivamente è vero, ma la casa, l’auto, i parenti, il
lavoro non siamo noi. Nella vita diamo molto peso alle cose
materiali, ci identifichiamo con queste, e trascuriamo il valore
della vita interiore. Per questo motivo la morte ci spaventa,
pensiamo che sia una perdita totale, l’anamento completo di
noi.
Ed in parte è così, con la morte se ne va l’ego,
ma noi non siamo solo il nostro ego, siamo molto di più,
siamo quello che è stato con noi fin dal momento della
nascita e che ci accompagnerà anche nella morte. Questo non
è l’ego, perché quando nasciamo non abbiamo nessuna
esperienza personale, eppure ci siamo, esistiamo e da subito diamo
il nostro contributo alla vita.
Non è necessario avere “fede” per comprendere queste cose,
non è necessario seguire una religione, basta fare un
viaggio dentro di noi, per scoprire e sperimentare il nostro
collegamento con l’anima, quella parte di noi che può
sopravvivere in ogni circostanza, quella dimensione
trascendentale che è insita in noi stessi.
Nel ricordare che dobbiamo morire, ricordiamo anche che abbiamo una
dimensione invisibile, non collegata al corpo, ricordiamo la nostra
pura essenza, che va oltre i nomi e le forme. Ricordiamo che
abbiamo la possibilità di scegliere in questa vita: possiamo
decidere se vivere in conformità alle regole,
all’educazione, alla socializzazione che ha formato il nostro ego,
oppure vivere in
collegamento diretto con la nostra anima, con quella
parte più profonda che è venuta sulla terra per
evolversi, per completare fino alla fine il suo compito.
Le persone che hanno avuto esperienze di premorte, sanno come ci si
sente senza corpo: non è la fine del mondo, è
l’inizio di qualche cosa di diverso, che non possiamo nemmeno
immaginare se rimaniamo sempre ancorati alla nostra
realtà.
Se ci dimentichiamo chi siamo veramente, affronteremo la morte con
paura, rabbia e dolore, e penseremo che è la fine di tutto.
Questo ci porta ad essere a disagio per tutta la vita,
perché la morte prima o poi si avvicina a noi, attraverso la
scomparsa di qualche persona cara, di qualche famigliare o anche
attraverso gravi perdite della vita, quali divorzi, fallimenti,
perdita di beni, etc.
Sapere affrontare la morte con serenità aiuta moltissimo ad
affrontare la vita con serenità, ogni attimo diventa quello
buono per non lasciare niente in sospeso, di inconcluso, per
terminare ogni giorno con una profonda pace.
Dobbiamo morire, perciò il nostro ego è destinato ad
andarsene, come tutte le forme cui lo abbiamo associato, come le
relazioni sociali con cui ci siamo identificati.
Imparare a morire, a lasciare andare le cose, sapere che possono
avere una fine, ci aiuta anche nella vita pratica quotidiana. Ogni
piccola sconfitta può essere vista come una piccola morte,
come la conclusione di un ciclo, all’interno del ciclo della nostra
vita. Potremo pensare che sia penoso, perché sentiamo la
perdita, il disorientamento dentro di noi, avere dei dubbi “chi
siamo veramente”, senza quella determinata cosa.
Abbiamo la possibilità invece di affrontare ogni piccola
perdita con la cognizione che è necessario accedere dalla
nostra parte più profonda per poter rinascere. Dentro alla
nostra anima c’è la vera forza della
vita, c’è la pura essenza che non ha bisogno di
identificarsi con la materia e le emozioni, c’è la
possibilità di rinascere, di ricominciare in ogni momento
dall’inizio, ed attingere al potere di guarigione, che è in
collegamento con tutto l’universo, e necessario nella nostra
vita.
Se siamo vicini ad una persona morente, non ci dobbiamo sentire
arrabbiati, delusi, impotenti. La morte non è un evento
anomalo ed eccezionale, come ci fa credere la nostra
società, è la cosa più naturale che possa
capitare, come la nascita. Perciò stiamo vicini alle persone
che muoiono con naturalezza, accettando che un ciclo sia
completato, lasciando da parte il dolore, richiamando la calma e la
serenità: le anime, la nostra e quella del morente, sanno
che non è la fine di tutto.
