la realtà è una serratura

Un’antica leggenda narra di un uomo avanzato negli anni, che partiva insieme al più giovane dei suoi figli per andare a vendere le proprie mercanzie. Il viaggio era molto lungo e bisognava attraversare persino il deserto, tuttavia i due avevano a disposizione un solo cammello. Così, pensando a come affrontare il duro cammino, l’uomo decise di caricare tutte le mercanzie sul cammello, e camminava a piedi insieme al ragazzo. Giunti al primo villaggio, si sentirono i primi commenti delle persone che li vedevano passare: “Guarda quei due: hanno un cammello a disposizione e camminano a piedi!” Il nostro mercante, ripensando alla sua scelta, decise che forse era meglio caricarsi di parte della mercanzia e permettere almeno al ragazzo di salire in groppa al cammello. Ecco che, giunti al secondo villaggio, arrivarono nuovi commenti: “Guarda quel ragazzo ingrato: costringe il povero anziano padre a portare il fardello mentre lui se ne sta tranquillo sul cammello!” Questo fece riflettere il ragazzo che, allora, decise che forse era meglio viaggiare un po’ più scomodi, ma almeno stare tutti e due seduti in groppa. Così, sistemando meglio il loro carico, i due riuscirono a stare sul cammello, anche se un po’ stretti. Ma al terzo villaggio ecco ancora gli abitanti commentare: “Guarda quei due: pur di non far fatica stanno distruggendo quel povero cammello che sicuramente non arriverà vivo alla fine del viaggio!”.

Come è facile immaginare, la leggenda va avanti senza un finale preciso, in un continuo salire e scendere dal cammello.

Quale sarebbe stato il giusto modo di affrontare il viaggio che aspettava i mercanti della leggenda? Naturalmente non esiste una risposta universalmente valida a questa domanda, come dimostrano i commenti degli osservatori nei vari villaggi. Ma se non c’è una risposta, forse ce ne sono tante, e allora tutte le sistemazioni tentate dai protagonisti sono plausibili nella stessa maniera, ciascuna con i suoi pro e i suoi contro.

Il punto è allora tutto nell’interpretazione della realtà: non esiste un modo universale, giusto per tutti, ma ognuno ha una sua interpretazione, che dipende dalla personalità, dalle esperienze, dalle abitudini e così via. La stessa situazione, perciò, viene vissuta in modo diverso da persona a persona. Pensiamo ad una passeggiata in una bella piazza, come ce ne sono tante nelle nostre città. Uno la vive come un arricchimento culturale e artistico, un altro come un passa-tempo, uno come un modo per passare rapidamente da un punto all’altro della città, un altro come un modo per incontrare e osservare la gente; qualcuno, infine, ne sarà terrorizzato e in quella piazza non riuscirà neppure ad entrarci. Quale di queste interpretazioni è quella sbagliata? Si potrà essere tentati di dire che è l’ultima, perché è basata su una paura che non ha alcun senso…

Ora, rispondo io, non si tratta di un’interpretazione sbagliata, se mai di una interpretazione poco funzionale, perché impedisce alla persona di passeggiare per quella piazza, ma per lui quell’interpretazione è l’unica possibile, proprio come per gli altri quattro: quella è la sua visione della piazza.

Qui sento già le ribellioni della psichiatria e della psicopatologia classica, che vorrebbero subito dividere i primi quattro comportamenti dall’ultimo, dicendo che i primi sono sani, l’altro è patologico… Sinceramente non mi sembra a questo punto importante definire ciò che è sano e ciò che non lo è, piuttosto mi sembra preferibile decidere quali interpretazioni sono vissute con serenità da chi le compie, e quali con disagio. In altre parole, preferisco parlare di disagio o disturbo psicologico quando una persona lo avverte come tale, e non quando lo dice una etichetta.

Ritornando alla leggenda iniziale, il modo in cui quel viaggio andava affrontato era un problema all’inizio, ma il mercante lo aveva risolto subito. Poi i mercanti sono andati in crisi perché davano importanza a ciò che gli osservatori commentavano, e allora il problema ha cominciato a ripresentarsi all’infinito, trasformandosi in un enigma senza soluzione, altrimenti i due avrebbero potuto continuare senza porsi altre domande.

Lo stesso vale per l’attraversamento della piazza: se il nostro ultimo interprete si organizza la vita in modo da non incontrare mai piazze sul suo cammino, e niente gli fa pensare che dovrà passarci per forza, la sua paura non sarà mai per lui un problema, e nessuno potrà convincerlo che è il caso di affrontarla. Se dovesse incontrarsi con qualcuno degli altri quattro e parlare della cosa, dirà che a lui le piazze non piacciono e che preferisce starne alla larga, proprio come l’altro preferisce passarci e godersele.

Ha sintetizzato secondo me molto efficacemente questo modo di leggere la vita psicologica individuale Von Glasersfeld, con la seguente metafora. Ogni situazione che viviamo è come una serratura, che non costituisce in sé un problema o un non problema. Il fatto è che ognuno di noi ha una chiave diversa, che può funzionare più o meno bene: «Di fronte ad una serratura, ciò che interessa non è la serratura in sé», la sua natura e costituzione intrinseca, ma solo il riuscire a trovare la chiave che la apre.»

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